Un mercato con nuove barriere?

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Fine della ricetta unica, verso imprese su misura

 

Il proliferare di nuclei di instabilità valutaria, i periodici tornado finanziari che investono prima un’area poi un segmento per poi riversarsi su un altro oggetto, la propagazione del terrorismo jihadista, il riapparire di nuovi regimi autoritari con la messa in discussione dei minimi principi dello stato di diritto, la persistenza di aree ad alta criminalità – tutti questi accadimenti dell’ultimo semestre, se considerati alla luce dei principi del libero mercato, configurano ormai una situazione che non è esagerato individuare come mercato con nuove barriere invisibili.

Tutto quanto è stato fatto negli ultimi trent’anni in termini di eliminazione di ostacoli alla libera circolazione di persone, merci, servizi, in termini di fiducia a operare rivolti al futuro e di proiezione di scenari di espansione economica, pare essere di colpo cancellato e violentemente rimosso per lasciare spazio a un’indistinta incertezza su ciò che è possibile fare, sui rischi di riuscita, sulle probabilità di vedere annullati, da un momento all’altro, sforzi e progetti.

Se nel cielo di internet il Cloud dei dati, dei programmi, dei sogni sembra essere solo turbato e in cerca di contromisure creative, giù sulla terra, nel flusso fisico di prodotti, persone, azioni, programmi, il contraccolpo sta diventando progressivamente micidiale.

A essere colpite sono tutte le attività produttive e non: le multinazionali, le grandi aziende di servizi, i grandi progetti infrastrutturali, il turismo, le iniziative di sport e intrattenimento.

Ma, a guardare più in profondità, questa giungla di nuove barriere colpisce le imprese più piccole impossibilitate a trovare soluzioni alternative, colpisce le persone che perdono l’orientamento sul cosa fare, colpisce i piccoli agricoltori disorientati da trend di prezzi di raccolto da montagne russe. Colpisce la coscienza comune e le certezze professionali, facendo sì che si avverta un grande vuoto di prospettive e scenari. E colpisce i giovani, privati della speranza.

Non può essere una sorpresa, quindi, se sono scomparsi gli scenari macro-economici, fino a pochi anni fa fonti di grandi dibattiti, e se i futurologi sono in via di estinzione; di fatto pochi intellettuali ormai si azzardano a tentare previsioni.

Se manca la più elementare possibilità di immaginare dove si può operare, con quali possibili ostacoli, e quali possibilità di successo, allora programmare diventa un esercizio inutile.

Non è la prima volta che ciò accade.

Per chi in Italia oggi ha più di sessant’anni non è difficile ricordare gli anni ’70 ai tempi dell’alta inflazione, della crisi del petrolio, del blocco dei BOT, del terrorismo delle Brigate Rosse e simili, o anche con la congiuntura del ’92 con Mani Pulite, la svalutazione della lira del 20% e le incognite del terrorismo arabo.

Si dirà che, come accaduto in tanti cicli precedenti, potrà verificarsi qualche fatto nuovo, qualche capriola della storia che potrà portare a una ricomposizione del puzzle sotto un altro ordine e quindi a far ripartire la complessa macchina economica e sociale – non è dato sapere se in avanti o in retromarcia.

Questo è realistico, e forse anche promettente, anche se non è di grande consolazione dal momento che nessuno può dire se ciò potrà avvenire fra tre o dieci o più anni.

Nel frattempo, servono antidoti, idee, strumenti per prendere decisioni, senza il conforto di base dei dati, dei modelli, delle teorie che in precedenza avevano sostenuto (o illuso di sostenere) i progetti.

Dal dopo crisi globale, negli ultimi anni è affiorato un grande interesse verso il concetto di resilienza e cioè verso quella proprietà che le persone, le aziende e le organizzazioni devono saper sviluppare per sopportare con minime conseguenze gli shock violenti della crisi stessa (perdita mercato, shock finanziari, cambiamenti radicali dei consumatori etc.).

Lo sviluppo di tale proprietà può essere d’aiuto in questo momento? Forse si possono trovare delle utili connessioni. Tuttavia crediamo si debba ricorrere ad altre armi soprattutto perché il nemico da battere si presenta in forme diverse.

Intanto, va osservato che queste “nuove barriere” ci sono già, non sono cioè eventi possibili e imprevisti, tuttalpiù vi potrà essere una loro intensificazione o ulteriore propagazione, o, come c’è da augurarsi, una loro riduzione.

Poi, per non doversi fermare davanti a queste barriere, si deve iniziare a considerare nuovi paradigmi e riordinare i principi e le priorità dell’agire. Le aree di mercato non sono determinate ma sono volatili. La domanda non è più una linea continua ma una serie disordinata di picchi e impulsi. La distribuzione del prodotto e il suo flusso logistico non sono l’ultimo pensiero della catena del valore ma il più importante e rischioso. Nel breve termine, l’attenzione a questi cambiamenti si rifletterà quasi certamente in gestione prudente, selezione delle opportunità, considerazione più matura dei valori della crescita, moderazione delle iniziative di innovazione; in un approccio più conservativo e frenato con un ulteriore contributo all’espansione del deserto post–industriale.

Nel medio termine tutto ciò può portare invece alla consapevolezza della necessità di riscrivere la strategia. E cioè a ridefinire le determinanti dei costi e a ridisegnare la struttura delle imprese: se prima era sensato operare con l’ottimizzazione dei costi industriali attraverso pochi siti produttivi di grande capacità in grado di fornire tanti mercati a costi ragionevoli, il nuovo panorama “multi-barriere” può trovare soluzioni più controllabili nel moltiplicare i luoghi di produzione con siti a dimensioni inferiori e restringere l’orizzonte dei mercati da seguire per ciascuno di essi.

Tale indirizzo si configurerebbe come una sorta di retromarcia correttiva dai trend della globalizzazione dell’ultimo ventennio, grazie alla quale tecnologia e risorse finanziarie potrebbero essere meglio graduate. I prodotti potranno avere forse costi più alti al consumo, ma risponderebbero meglio a esigenze più vicine e interpretabili, e i valori locali potrebbero giocare un nuovo ruolo.

Forse allora l’impresa avrà ripreso un più fermo controllo del suo ciclo di vita, come a conferma che il passato che ritorna fa ancora parte della nostra cultura e che questa volta può darci una mano “visibile”.

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